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	<title>Arpeggi</title>
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		<title>Six questions to…Nicola Ratti</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 22:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ad inaugurare la nostra nuova rubrica &#8211; che vedrà confrontarsi alcuni nomi noti del genere &#8211; l&#8217;italiano Nicola Ratti artista che si era già fatto notare con Prontuario per giovani foglie uscito nel 2006 per Megaplomb  per poi complicare con il recente 220 Tones, ed in seguito a una serie di arricchiti percorsi collaborativi &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/06/nr_2011_1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-759" title="nr_2011_1" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/06/nr_2011_1-300x164.jpg" alt="" width="300" height="164" /></a>Ad inaugurare la nostra nuova rubrica &#8211; che vedrà confrontarsi alcuni nomi noti del genere &#8211; l&#8217;italiano <strong>Nicola Ratti</strong> artista che si era già fatto notare con <em><strong>Prontuario per giovani foglie</strong></em><strong> </strong>uscito nel 2006 per Megaplomb  per poi complicare con il recente <em><strong>220 Tones</strong></em>, ed in seguito a una serie di arricchiti percorsi collaborativi &#8211; da <strong>Giuseppe Ielasi</strong> (<em><strong>Bellows</strong></em> -kning Disk 2007), <strong>Attila Faravelli</strong>, <strong>Andrea Belfi</strong> e la band <strong>Ronin</strong> &#8211; ancor più positivamente il quadro. Oltre alla chitarra a riuscire nel design della nuova materia acustica di <strong>Nicola Ratti</strong> è quel trait d&#8217;union ideale fatto di curiosità creativa e un approccio alla strumentazione tanto istintivo quanto necessario.<em> &#8220;…mi occupo di quello che realmente sento di fare ed è giusto che io faccia, chiamala creatività, arte o invenzione.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Partiamo con ordine dalla musica, dagli studi in particolare, autodidatta o accademico? </strong>Entrambe le cose, ma sicuramente più autodidatta. Ho imparato a conoscere la chitarra, per prima, e poi gli altri strumenti spinto da una curiosità creativa più che da un interesse scientifico. In passato ho studiato pianoforte e l’ho dimenticato, ho studiato chitarra rock e poi chitarra jazz ma alla fine vivevo con sofferenza lo scarto esistente tra gli studi, la grammatica musicale e quello che effettivamente producevo. Circa un anno fa ho cercato di riprendere a studiare musica pensando di arricchire così le mie capacità espressive ma ho capito subito che ormai la mia mente “suona” seguendo altri percorsi ed avevo fatto troppa strada in quella direzione per intraprenderne un’altra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/06/nr_2011_2.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-762" title="nr_2011_2" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/06/nr_2011_2-1023x698.jpg" alt="" width="1023" height="698" /></a>Una panoramica sul tuo background e le tue radici per poi chiederti come ti sei avvicinato al genere? </strong>Dopo le prime esperienze giovanili ho iniziato come chitarrista e cantante (<strong>Pin Pin Sugar</strong>) e già allora ero molto curioso verso il mondo della musica cosiddetta “sperimentale” che non fosse rock, quindi le prime sperimentazioni hanno avuto luogo in camera con gli strumenti ed oggetti che già possedevo. Mi ricordo che i miei primi cd-r (in realtà copie singole di cui facevo con cura la copertina e facevo ascoltare agli amici) erano fatti con due pedalini boss e un microfono rotto, ma l’intensità e la convinzione erano incredibili.Posso dire che l’aspetto artigianale è rimasto negli anni e anche ora se mi vengono delle idee, che possono riguardare non solo la musica ma anche gli strumenti stessi, cerco subito di ottenere dei risultati partendo dei materiali che trovo in casa e costruendomi delle soluzioni. Questo vuol dire talvolta sprecare intere giornate prima di capire che forse  quello che trovo in casa non basta o che quello che ho fatto non funzione se applicato ad un live set, ma molto spesso alcune soluzioni che uso dal vivo e per i dischi sono nate da delle invenzioni molto artigianali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontaci qualcosa di più su come strutturi il suono, la composizione e che software e hardware usi? </strong>Il mio modo di comporre ed organizzare i suoni tra loro risponde molto a canoni spaziali, estetici e di gusto personale, quindi arbitrari e di conseguenza criticabilissimi.Come software uso Logic, come programma di registrazione e mix, non uso altri software. Come hardware invece oltre a vari effetti e il dark energy doepfer come synth, trasduttori, una sorta di chitarra auto costruita e svariati altri oggetti e strumenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/06/DSC_0081.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-760" title="DSC_0081" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/06/DSC_0081-1024x685.jpg" alt="" width="1024" height="685" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell&#8217;epoca del boom digitale e del downloading, l&#8217;importanza per te del concetto disco? </strong>Il disco ha una parte fondamentale nella vita di ogni musicista, ne fissa lo stato dell’arte in un momento preciso e forse poco importa quale sia il formato con il quale viene presentato. Preferisco possedere un disco che sia LP cd o cassetta però ho anche bisogno di ascoltare molta più musica di quella che posso realmente permettermi di comprare. Però ritengo sbagliato considerare la musica come merce di consumo gratis, ogni disco è il frutto del lavoro di qualcuno, a volte anche di molte più persone di quelle che appaiono in copertina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlando di repertorio dal vivo, come gestisci live set? </strong>Tendo a portare dal vivo le modalità utilizzate nel disco, questo non vuol dire però cercare di riproporre il disco durante il live set che invece costruisco seguendo una scaletta mentale il cui svolgimento è affidato in gran parte all’improvvisazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/06/nr_2011_3.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-763" title="nr_2011_3" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/06/nr_2011_3-1024x563.jpg" alt="" width="1024" height="563" /></a>Parallelamente al tuo lavoro di musicista di che ti occupi? </strong>Domanda caldissima. In questo periodo sto mettendo in discussione molte cose, mi sono liberato dal concetto “familiare” di professione e sto cercando di distribuire in maniera trasversale nelle cose di cui mi occupo di quello che realmente sento di fare ed è giusto che io faccia, chiamala creatività, arte o invenzione. Ecco ultimamente mi sento un inventore piuttosto che un musicista o un architetto, questo forse mi aiuta a superare la dicotomia a tenuta stagna che fino a poco tempo fa strutturava la mie giornate. Viste queste novità sto cercando di allargare di molto gli ambiti nei quali poter usare la mie capacità per quanto sia in grado di farlo. Mi sono occupato di video (con Fatima Bianchi) e mi piace molto lavorare con il suono in quest’ambito, sto cercando di collaborare con una compagnia teatrale e sto iniziando, come Faravelli/Ratti con Attila Faravelli, a concepire il duo anche come spazio per sperimentare il design e la produzione di elementi molto elementari di diffusione sonora. In pentola bollono tantissime altre idee e la necessità di concretizzare, anche monetariamente, mi dice che devo sbrigarmi a capire se si possano mangiare o meno.</p>
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		<title>Dal segno al suono, dal suono al segno</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 15:58:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sbarca a Torino &#8211; Domenica 12 giugno 2011, dalle ore 19, presso il BLAH BLAH di via Po 21, Torino - il progetto audiovisivo DAL SEGNO AL SUONO DAL SUONO AL SEGNO, nato nel 2010, e presentato nella sua prima declinazione il 28 agosto 2010 presso il MUSMA (Museo di Scultura Contemporanea di Matera), quando a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/06/locandina-dalsegnoalsuono3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-752" title="locandina-dalsegnoalsuono" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/06/locandina-dalsegnoalsuono3.jpg" alt="" /></a>Sbarca a Torino &#8211; Domenica 12 giugno 2011, dalle ore 19, presso il BLAH BLAH di via Po 21, Torino - il progetto audiovisivo <strong>DAL SEGNO AL SUONO DAL SUONO AL SEGNO</strong>, nato nel 2010, e presentato nella sua prima declinazione il 28 agosto 2010 presso il MUSMA (Museo di Scultura Contemporanea di Matera), quando a esibirsi furono il violoncellista <strong>Francesco Dillon</strong> e il musicista elettronico <strong>Fabio Orsi</strong>. La seconda edizione vedrà alternarsi sul palco lo stesso <strong>Fabio Orsi</strong>, punto di riferimento ormai imprescindibile della scena sperimentale internazionale (la sua è una presenza ormai fissa tra le pagine di Wire), che sarà protagonista di un set audio accompagnato dai visual del videomaker di origini pugliesi <strong>Giuseppe Boccassini</strong>. I due, residenti da tempo a Berlino, hanno di recente collaborato alla realizzazione di “Eidola”, short-doc selezionato, tra gli altri festival, dallo Stuttgarter Filmwinter 2011. Seguito da <strong>Andrea Valle</strong> e <strong>Dario Sanfilippo</strong>, due fra gli esponenti di quella esaltante esperienza creativa che è l’Advanced Media Pool (AMP2) di Palermo, collettivo di artisti e sperimentatori che ruotano attorno alla figura di <strong>Domenico Sciajno</strong>. E’ possibile ascoltare un saggio della loro produzione recente in “Hopeful Monster”, uno dei dieci capitoli del monumentale cofanetto “Musica Improvvisa” pubblicato nel 2010 dalla Die Schachtel.Con la partecipazione inoltre del giovane compositore <strong>Easychord</strong> che presenterà una performance audio accompagnato dai visual della video-maker <strong>Anna Olmo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’evento è ideato e organizzato dai giornalisti musicali <strong>Vincenzo Santarcangelo</strong> (Rockerilla, Sentireascoltare, Antithesi, Teknemedia/Arskey) e <strong>Sara Bracco</strong> (Arpeggi, Sentireacoltare, Extra, LaScena, Antithesi), con la collaborazione dei blog 404 (<a href="http://www.quattrocentoquattro.com">www.quattrocentoquattro.com</a>) e la nostra webzine Arpeggi (<a href="http://www.arpeggi.org">www.arpeggi.org</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">BIOGRAFIE MUSICISTI</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fabio Orsi</strong> (Napoli, 1979) è un talentuoso compositore rivelatosi con una serie di pubblicazioni accolte da un coro unanime di entusiastici consensi critici. Nelle sue composizioni i linguaggi della tradizione popolare si incontrano con quelli dell&#8217;avanguardia (elettronica, ambient, drone, Kosmische Musik) creando un mix tanto originale quanto affascinante. Nel giro di pochi anni Orsi è diventato uno dei punti di riferimento imprescindibile della scena sperimentale nazionale e internazionale. Era il 2005 quando l&#8217;esordio di “Osci”, rilasciato dall&#8217;etichetta SmallVoices, conquistò critica e pubblico. In seguito l&#8217;artista ha continuato un&#8217;intensa attività produttiva pubblicando lo split &#8220;For Alan Lomax&#8221; per A Silent Place nel 2006, uno splendido omaggio all&#8217;etnomusicologo americano con la collaborazione de My Cat Is An Alien, e poi una serie di cd realizzati in duo con l&#8217;amico/compositore Gianluca Becuzzi. Altri lavori li hanno seguiti, pubblicati da prestigiose etichette di tutto il mondo: Last Visible Dog (Usa), Preservation (Australia), Porter Records (Usa), Low Point (Inghilterra), Privileged To Fail (Inghilterra), Root Don Lonie (Nuova Zelanda), Slow Flow Records (Giappone), Ruralfaune (Francia), Boring Machines (Italia). Ha preso parte a numerosi festival come Signal, Piombino Experimenta, Flussi Sonori, Lucania Film Festival e collaborato con blasonati artisti: oltre ai già citati My Cat Is An Alien e Gianluca Becuzzi, Valerio Cosi, Brad Rose, Seaworthy, Pimmon.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Andrea Valle</strong> (Torino, 1974). Bassista elettrico interessato al rock sperimentale e al free jazz, ha studiato composizione con Alessandro Ruo Rui, Azio Corghi, Mauro Bonifacio, e ha frequentato masterclasses di Trevor Wishart e Marco Stroppa. Il suo lavoro come compositore è principalmente centrato su metodologie algoritmiche, indifferentemente in ambito elettro-acustico e strumentale. Quando compone per strumenti acustici, è particolarmente interessato a sviluppare metodologie per la generazione automatica di notazione musicale, e ha partecipato al 21 Notation 21 (Theresa Sauer, ed., New York, Mark Batty, 2009). Sue composizioni sono state eseguite alla Logos Foundation e commissionate dal Trio di Percussioni dell&#8217;OSN Rai di Torino. Tra i suoi lavori, installazioni multimediali, musica da film (La forêt rouge, di Michela Franzoso, un progetto ospitato da Le Fresnoy, 2008; Rohbauten, da Eva Sauer, 2009), e di recente teatro musicale (Cotrone, di Marcel•Lí Antunez Roca, 2010). È membro della core-unit di AMP2, collettivo dedicato alla improvvisazione elettronica, con cui ha pubblicato l&#8217;album Hopeful Monster album pubblicato da Die Schachtel nel box set “Musica Improvvisa”, in cui utilizza il &#8220;rumentarium&#8221;, ensemble di percussioni elettromeccaniche controllato dal calcolatore. Dottore di Ricerca in Semiotica presso l&#8217;Università di Bologna, è attualmente ricercatore presso il Dipartimento DAMS dell&#8217;Università degli Studi di Torino ed è membro fondatore del CIRMA, Centro Intedipartimentale per il Multimedia e l&#8217;Audiovisivo della stessa Università. Ha partecipato al progetto VEP, finanziato dall&#8217;UE, che ha ricostruito in Realtà Virtuale Padiglioni Philips. Ha pubblicato in numerose conferenze internazionali dedicate alla multimedialità, computer music e della semiotica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dario Sanfilippo</strong> (Agrigento, 1978). Il suo interesse per la non linearità e l&#8217;imprevedibilità lo spingono all&#8217;uso dell&#8217;improvvisazione per la realizzazione dei suoi brani e delle sue performance. Nel suo progetto principale sviluppa sistemi non stocastici basati sul feedback che presentano proprietà emergenti, dinamica non lineare, auto-dis/organizzazione e comportamenti caotici. Le sue performance sono il risultato dell&#8217;interazione tra l&#8217;estetica dell&#8217;uomo e l&#8217;estetica della macchina, dove queste due entità sono interdipendenti e ricorsivamente influenzate l&#8217;una dall&#8217;altra. Nel 2008 diventa membro dell&#8217;ensemble elettro-acustico AMP2. La sua composizione “Chitarra acustica improvvisamente stravolta” è stata selezionata durante Live! iXem Festival 2005 da una giuria composta da Phill Niblock, Jeremy Bernstein, Xavier Querrel, Domenico Sciajno. Nel 2007, la composizione “Pasto Nudo” è stata tra le cinque finaliste dell’Art National Award. Nel 2010 la sua collaborazione col fotografo Alfredo D&#8217;amato viene selezionata per il XVIII Colloquio di Informatica Musicale, e nel 2011 il suo progetto LIES è stato selezionato per la conferenza Sound and Music Computing. Si è esibito in Italia e in Europa e ha pubblicato per etichette come Bowindo (Italia), Die Schachtel (Italia) e Creative Sources (Portogallo). Nel corso degli anni ha collaborato con artisti come Andrea Valle, Domenico Sciajno, Tim Hodgkinson, Birgit Ulher, David Brown, Sean Baxter, Anthony Pateras, Cat Hope, Peter Kutin, Urkuma, Salvatore Bonafede. Nel 2011 ha conseguito la laurea in Musica Elettronica al Conservatorio di Trapani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Easychord </strong>è il progetto solista di Roberto Pizzichetta (Torino, 1983), polistrumentista impigliato tra laptop, loop e real-time-processing. Distilla arredi sonori (improvvisazione musicale e miscele elettroacustiche) addentrandosi nel suono con estrema sensibilità. Suoni elettronici, gorghi sonori, drones e stratificazioni ipnotici sono alcuni degli elementi che prendono forma in sede di live interagendo con spazio e assenza di spazio, e coinvolgendo l’ascoltatore in un infinito avvolgente. Il live-looping prevede la registrazione e la riproduzione di loop e/o campioni audio realizzati in tempo reale, mediante ausilio di attrezzature hardware (nastri, o congegni analogici) e software. E&#8217; un processo dalle numerose e imprevedibili direzioni sonore, aperto a stratificazioni strumentali, improvvisazione e a innovative tecniche di composizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Immagine di locandina grafica_Van Orton, fotografia_Sara Bracco</p>
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		<title>Nomura!La Medusa.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 22:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rob</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ A riunire intorno a un tema, che prende spunto da uno dei numerosi fatti d&#8217;attualità e attraverso il comune senso di appartenenza &#8211; che è l&#8217;interesse verso le molteplici sfaccettature e potenzialità comunicative ed educative legate alla produzione, progettazione e ricerca sonora &#8211; l&#8217;associazione Culturale CLG Ensemble ha messo in scena tra musica, danza e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/NomuraPostFront.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-725" title="NomuraPostFront" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/NomuraPostFront-300x200.png" alt="" width="300" height="200" /></a> A riunire intorno a un tema, che prende spunto da uno dei numerosi fatti d&#8217;attualità e attraverso il comune senso di appartenenza &#8211; che è l&#8217;interesse verso le molteplici sfaccettature e potenzialità comunicative ed educative legate alla produzione, progettazione e ricerca sonora &#8211; <strong>l&#8217;associazione Culturale CLG Ensemble</strong> ha messo in scena tra musica, danza e teatro lo spettacolo <strong>NOMURA!La medusa</strong>, presentato in anteprima alla Cavallerizza Reale di Torino nel marzo di quest&#8217;anno. Il titolo trae ispirazione dalla vicenda che nel 2009 colpì il Mar del Giappone, un peschereccio in particolare, che colò a picco nel tentativo di issare le proprie reti contenenti un gran numero di enormi meduse di Nomura, femomeno causato secondo gli studiosi dal progressivo mutare delle condizioni ambientali della Terra. Per l&#8217;associazione l&#8217;occasione si fa pretesto per esporre al pubblico quelli che sono i risultati dei laboratori e dei progetti artistici che coinvolgono annualmente in struttura i ragazzi del <strong>Centro di Attività Diurne &#8211; CAD</strong> e per presentare il nuovo organico che ha lavorato alla progettazione, ricerca e produzione dello spettacolo. I nomi sono molti e notevoli, come il trio <strong>3quietmen</strong> (<strong>Ramon Moro</strong>, <strong>Federico Marchesano</strong> e <strong>Dario Bruna</strong>) &#8211; una delle band più stimate nel panorama Jazz d&#8217;avanguardia &#8211; a cui si affiancano per l&#8217;occasione il chitarrista <strong>Paolo Spaccamonti</strong>, l&#8217;elettronico <strong>Paolo Dellapiana</strong> (Larsen), il percussionista bresciano <strong>Fabrizio Saiu</strong> e il compositore <strong>Andrea Valle</strong> (di cui segnaliamo inoltre l&#8217;interessante studio della partitura dell&#8217;opera <a href="http://www.fonurgia.unito.it/andrea/pub/mus/manoscritti.pdf">http://www.fonurgia.unito.it/andrea/pub/mus/manoscritti.pdf</a>).<br />
Cinque quadri in tutto e gli argomenti cardini &#8211; il mare, la grande medusa e gli uomini &#8211; ed un interessante svolgere di dinamiche, emotività e suggestioni. All&#8217;apertura come alla chiusura il tema del mare che negli andamenti impro più moderati si modulano intorno alle figure di un basso e una tromba. Più strutturato il secondo quadro (tema degli uomini) per un interessante gioco di vertiginose oscillazioni e ruoli &#8211; tra la parte strumentale  e quella vocale &#8211; mentre al terzo e quarto il tema del conflitto sottolineato dall&#8217;improvvisazione collettiva e da un suono che pare prendere forma in una moltitudine di movimenti astratti. Il tutto rafforzato dall&#8217;elegante prova di scena dei ragazzi del centro. Quando si tratta non solo di ampliare gli universi relazionali, sociali ed espressivi, ma di diventare immancabile testimonianza di magnetismo e forza espressiva è merito sì di un indiscusso metodo formativo ma soprattutto di una grande passione.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno stralcio dello spettacolo  <a href="http://www.youtube.com/watch?v=B1lWcdVW2BU">http://www.youtube.com/watch?v=B1lWcdVW2BU</a></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>Epic45 &#8220;Weathering&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 22:35:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[contaminazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Volontari produttori di malinconia, Ben Holton e Rob Glover e una qualità tutt&#8217;altro che altalenante nel saper scrivere da più di dieci anni -tra voci eteree, declinazioni elettroniche e melodie appena accennate- di un presente amaro ma tuttavia unico. Già si faceva compito May Your Heart Be The Map -completate le esperienza giovanili di Against The Pull [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/epic-45-weathering1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-722" title="epic 45 weathering" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/epic-45-weathering1-300x272.jpg" alt="" width="300" height="272" /></a>Volontari produttori di malinconia, <strong>Ben Holton</strong> e <strong>Rob Glover</strong> e una qualità tutt&#8217;altro che altalenante nel saper scrivere da più di dieci anni -tra voci eteree, declinazioni elettroniche e melodie appena accennate- di un presente amaro ma tuttavia unico. Già si faceva compito <em><strong>May Your Heart Be The Map</strong></em> -completate le esperienza giovanili di <strong><em>Against The Pull Of Autumn</em></strong>-di far convivere le derive ambient con il rituale melodico-ritmico e le scorribamde sinfoniche con i brulicanti stagni elettroacustici ma sarà quest&#8217;ultima uscita per la Make Mine Music &#8211; memore delle esperienze soliste (My Autumn Empire e The Toy Library) &#8211; a diventare frutto di una raggiunta osmosi d&#8217;empatie e raccolte collaborazioni (Rose Berlin, Antony Harding, Stephen Jones, Sarah Kemp, Richard Adams). <em><strong>Weathering</strong></em> respira nell&#8217;eterno conflitto tra la sensazione del non sentirsi mai appartenere ad un luogo e quella di trovare casa in ogni ritaglio di nostalgia, il tutto vissuto silenziosamente e con una delicatezza miracolosa (<em>The Village Is Asleep</em>). Cinquatatre minuti in linea allo stile indipendente britannico tra spruzzate cameristiche, dream-pop,elettroacustica e shoegaze, di gran lunga capaci di straordinarie intensità, ben lungi però (nonostante qui se ne assapori un copioso rimando) all&#8217;impronta al genere che riuscirono negli anni a lasciare i fratelli Adams. Ma l&#8217;aver misura nel rispetto di certi crismi compositivi non è sintomo di intaccato valore. Certe malate ma amate poesie (<em>Summer Message</em>) decadenti(<em>Afternoon</em>, <em>Shadowed</em>) restano ed emergono tra liquide atmosfere sofferte e piene d&#8217;interrogativi (<em>The Weather Is Not Your Friend</em>) a mettere in luce le virtù acustiche dello strumento,in tasti prima (<em>Evening Silhouettes</em>) e per chitarre dopo (<em>With ur Backs To The City</em>). E quando hai provato a resistere (<em>Weathering</em>) tra le parole e le lacrime colorate (<em>Washed Up</em>) le spalle diventano deboli a promettere che ci ricorderemo anche noi di questo giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">(7.5)</p>
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		<title>Deaf Center &#8220;Owl Splinters&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 22:09:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambient]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel tempo del saper organizzato il cuore e le corde tese (Animal Sacrifice) di Erik K. Skodvin e -senza bisogno di urlare- (Fiction Dawn) i tocchi del piano di Otto A. Totland si dissolvono come anima e corpo l&#8217;uno dentro l&#8217;altro, sorvegliati a breve distanza e in maniera evidente da laviche tenebrosità, enfasi in droni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/Deaf-Center-Owl-Splinters.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-718" title="CardboardWallet" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/Deaf-Center-Owl-Splinters-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Nel tempo del saper organizzato il cuore e le corde tese (<em>Animal Sacrifice</em>) di <strong>Erik K. Skodvin</strong> e -senza bisogno di urlare- (<em>Fiction Dawn</em>) i tocchi del piano di <strong>Otto A. Totland</strong> si dissolvono come anima e corpo l&#8217;uno dentro l&#8217;altro, sorvegliati a breve distanza e in maniera evidente da laviche tenebrosità, enfasi in droni e distorsioni. Enciclopedie alchemiche (<em>Hunted Twice</em>) disputate dal duo norvegese tra elettroniche tutt&#8217;altro che ciniche e ponderate armonie acustiche, il tutto con perspicace dialettica (quella che la Type ha da sempre raccogliere tra le identità in catalogo) e in uno svolgere di forme organizzate (field recordings,crepitii e saturazioni sintetiche). Chari sintomi, <em>The Day I Would Neer Have</em> ne è un esempio, di un carattere elettroacustico più complice e maturo di quello che sei anni or sono raccontava <em><strong>Pale Ravine</strong></em> oltre a una perspicace intelligenza nel saper comunicare l&#8217;ambient. Negli anni le cose però cambiano e non solo le produzioni (in quest&#8217;ultimo di evidente livello), la malinconia si lascia alle spalle ma la grana rimane la stessa, tra impianto classico e sensibilità minimaliste alla <strong>Max Richter</strong>, unità narrativa dal gusto cinematografico e una sete costante e non alleviabile di solitudine celestialmente corrosiva (<em>Close Forever Watching</em>). A tirare le somme, le suggestioni aggressive e surreali di un gotico vago dolore (<em>Divided</em>) attraversate da una nitida e delicata consapevolezza che vagamente prende distanza (<em>Time Spentche</em>) per poi ritrovarsi inevitabile condizione d&#8217;esserne parte (<em>New Beginning) quella </em>che a conti fatti per <strong><em>Owl Splinters</em></strong> potremmo chiamare rabbia bianca. In un corpo umano la malinconia non si oppone, gioca con l&#8217;oblio e fà l&#8217;occhiolino alla festa e la tempesta dura quaranta minuti.</p>
<p>(8)</p>
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		<title>Pierre Gerard/Shinkei &#8220;Static Forms&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 21:52:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[microsuoni]]></category>

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		<description><![CDATA[Filosofi di forme apparentemente statiche, l&#8217;italiano David Sani in arte Shinkei e il belga Pierre Gerard, chiamati in Static Forms ad appoggiare -come sempre al silenzio- sculture di suono che si plasmano intorno all&#8217;estremo filo dell&#8217;udibile.
Difficile trovare due artisti così strettamente legati alle maniere, quelle più radicali delle arti minimaliste, per intenderci parliamo di musicisti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/schinkei.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-706" title="schinkei" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/schinkei-273x300.jpg" alt="" width="273" height="300" /></a>Filosofi di forme apparentemente statiche, l&#8217;italiano David Sani in arte <strong>Shinkei</strong> e il belga <strong>Pierre Gerard</strong>, chiamati in <em><strong>Static Forms </strong></em>ad appoggiare -come sempre al silenzio- sculture di suono che si plasmano intorno all&#8217;estremo filo dell&#8217;udibile.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Difficile trovare due artisti così strettamente legati alle maniere, quelle più radicali delle arti minimaliste, per intenderci parliamo di musicisti che scelgono di svuotare l&#8217;ascolto muovendosi intorno alle pratiche d&#8217;estetica.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Le cose che contanto per <strong>Gerard</strong> sono durata, soundcolor e dinamica, lo sanno bene i diciotto minuti di <em>Wooden Mouldings For The Assembly </em>prima traccia di <em><strong>Static Forms</strong></em> in cui continuare il discorso -iniziato con <em><strong>Plateaux </strong></em>(Koyuki-2009) &#8211; sull&#8217;area di soglia. A questo si agggiunge una presa di coscienza dello spazio inteso come contenitore in cui rilevare le ombre cioè gli elementi impercettibili (note di pianoforte, interruzioni, interferenze o suoni isolati) che giocano tra movimenti di campo e di volume. Per <em><strong>Shinkei </strong></em>-all&#8217;apparenza più legato all&#8217;azione &#8211; invece l&#8217;arte del dettaglio alla <strong>Roden</strong> e la poesia degli oggetti di <strong>Rilke</strong> allaccia alla pratica della lower case music e come sempre con la predilezione per suoni prettamente acustici.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Tutto il resto è una continua riflessione sonora tra bassa frequenza, suoni oggetti, field recordings, sfrigolii di particelle, interruzioni, pieghe e frammenti.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Come diceva <strong>Arthur Russell</strong> quello spazio estremo (qui in poco più di trenta minuti) in cui non puoi portarci le percussioni, ma in cui portare la mente.</div>
<div style="text-align: justify;">(6.5)</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Nicola Ratti &#8220;220 Tones&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 21:36:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[contaminazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[A spiegare che cosa vuol dire parlare di materia viva al di sotto della superficie del laptop le sette tracce di 220 Tones ed una carriera artistica in armonia tra applicazione al suono ed estrema cura della fonte. Nicola Ratti, non lascia esperienza e repertorio al caso, dal math-jazz-core dei Pin Pin Sugar, alle collaborazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/Ratti-cover1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-703" title="Ratti cover" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/Ratti-cover1-300x270.jpg" alt="" width="300" height="270" /></a>A spiegare che cosa vuol dire parlare di materia viva al di sotto della superficie del laptop le sette tracce di <em><strong>220 Tones</strong></em> ed una carriera artistica in armonia tra applicazione al suono ed estrema cura della fonte. <strong>Nicola Ratti</strong>, non lascia esperienza e repertorio al caso, dal math-jazz-core dei <strong>Pin Pin Sugar</strong>, alle collaborazioni con i morriconiani <strong>Ronin</strong> passando per jazz contemporaneo di <em><strong>Ode</strong></em> e il sodassimo  elettroacustico con <strong><em>Attila Faravelli</em></strong>, coniugando da sempre alla più tradizionale figura del chitarrista un senso di autentica innovazione, merito di una spiccata propensione all&#8217;avanguardia.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><em><strong>220 tones</strong></em> in trentasette minuti, sintetizzatore analogico, organo farfisa, chitarra elettrica, giradischi e registratore a nastro coagula liberatorie all&#8217;elettroacustica spingendo tra frequenze, cut up, ronzii,(<em>Empire</em>) o glitch tecno (<em>Doom Set</em>) le tecniche di combinazione tra l&#8217;elettronico e l&#8217;organico verso soundscapes dal clima tanto magmatico quanto fluttuante.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Nulla appare forzato ma respira di un consapevole traguardo tra processing digitale e strumentazione reale aggiudicandosi nel farsi un successo per senso narrativo ed architetture sonore riuscendo a fissare brulicanti sinfonie per particelle meccaniche (<em>Twin Set</em>) trai loop e i flussi dronici che d&#8217;attacco (<em>Air Resistence</em>) e climax rimandano alle sospensioni a gravità zero di un <strong>Basinski</strong>.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Aggrappandosi l&#8217;una all&#8217;altra le sette tracce si lasciano andare tra polveri sottili e graffi (<em>Cathrina</em>) a mutamenti estremamente dinamici, semplici ad apparire ma per nulla banali e autenticamente completi da restarne impigliati.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Quale miglior binomio quindi che un&#8217;artista in continuo movimento capace di destabilizzare i preconcetti di solito applicati al genere e di un&#8217;etichetta (Die Schachtel) che ne asseconda la fluidità creativa. A fare scuola questa volta è ancora casa nostra.</div>
<div>(7)</div>
]]></content:encoded>
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		<title>Mark Fell &#8220;Multistability&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 21:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[elettronica]]></category>

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		<description><![CDATA[Il percorso è tortuoso, il contenuto è ricco e la parola è al suono. Da una parte il potere dell&#8217;elettronica solenne, asettica e inflessibile di Mark Fell dall&#8217;altra le microfrequenze e le sensibilità glitch della Raster Noton. Multistability, prodotto in collaborazione con il giapponese Yasunao Tone, tutt&#8217;altro è che un continuo dell&#8217;esperienza scritta recentemente con Mego [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/mark-Fell.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-696" title="mark Fell" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/mark-Fell-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Il percorso è tortuoso, il contenuto è ricco e la parola è al suono. Da una parte il potere dell&#8217;elettronica solenne, asettica e inflessibile di <strong>Mark Fell</strong> dall&#8217;altra le microfrequenze e le sensibilità glitch della Raster Noton. <em><strong>Multistability</strong></em>, prodotto in collaborazione con il giapponese <strong>Yasunao Tone</strong>, tutt&#8217;altro è che un continuo dell&#8217;esperienza scritta recentemente con Mego Editions (<em><strong>UL8</strong></em>) ma un perfetto confluire d&#8217;architetture inflessibili (approfondite negli anni con <strong>Matt Steel</strong> nel progetto <strong>SND</strong>) e di un&#8217;attenta cura e predisposizione all&#8217;estetica del suono. A graffiare il sottovuoto, sostituendo quasi definitivamente l&#8217;ossessività ritmica, elementi da laboratorio che dimenticano la tonalità per concentrarsi sulla forma, dilatata (<em>Multistability 2-A</em>) accellerata (<em>Multistability 3</em>) o fuori fase (<em>Multistability 9</em>) a precipitare in una subliminale area di confine in cui far convivere blips, minimal techno, glitch, slanci in 8 bit e pillole di groove.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Per <strong>Mark Fell</strong> accettare i rischi della sperimentazione vuol dire portare al limite gli elementi primari, spogliandoli &#8211; a contrario di <strong><em>Attack on Silenc</em></strong><em><strong>e </strong></em>- di un riferimento (in quel caso audiovisuale), di un contesto e di un divenire  per concentrarsi sulla geometria pura. Uno stile che esige una totale devozione al suono senza per questo impedirne di certo fortuna. Con fierezza quindi sottoscriviamo, musica orgogliosamente laterale.</div>
<div style="text-align: justify;">(7)</div>
]]></content:encoded>
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		<title>Cyclo &#8220;Id&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 21:17:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[dischi del mese]]></category>

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		<description><![CDATA[
Secondo capitolo al progetto Cyclo. per il duo nippo-teutonico che, con l&#8217;omonima uscita (già nel 2001) consacrò la glitch music al XXI secolo, alleggerendo la pura estetica con linguaggi più accessibili meno stagananti e autereferenziali. Quella plaudibile evoluzione alla glitch music che Alva Noto (alias Caster Nicolai) due anni or sono addomesticò in Xerrox Vol.1 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/cyclo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-692" title="front" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2011/05/cyclo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo capitolo al progetto <strong>Cyclo. </strong>per il duo nippo-teutonico che, con l&#8217;omonima uscita (già nel 2001) consacrò la glitch music al XXI secolo, alleggerendo la pura estetica con linguaggi più accessibili meno stagananti e autereferenziali. Quella plaudibile evoluzione alla glitch music che <strong>Alva Noto</strong> (alias Caster Nicolai) due anni or sono addomesticò in <em><strong>Xerrox Vol.1</strong></em> -tra il noise più concettuale e le scariche elettriche &#8211; professando al riduzionismo stilistico della Raster Noton i credi, i circuiti ed i numeri più  innovativi. Contemporaneamente anche il giapponese <strong>Ryoji Ikeda</strong>, sotto un&#8217;apparente scorza inquadrata, intrecciò già a metà novanta in <em><strong>+/-</strong></em> una riflessione radicale  all&#8217;estetica della glitch più ortodossa, costituendola poi in <em><strong>Test Pattern</strong></em> in quello che fu il flusso più autonomo e la partitura digitale più accurata tra i radicalismi sonori del giapponese. <em><strong>Id</strong></em>, nasce intorno a un databese di audio imput, studiati per riprodurre risposte visuali se analizzati in tempo reale con strumentazioni capaci di tramutare frequenze in immagini, processi che incontrano territori sonori all&#8217;apparenza ostili ma che nella rappresentazione visiva acquistano apertura e duttilità espressiva. Il live ne completerebbe l&#8217;operazione, mancanza che di fatto la Raster Noton colmerà a breve con un&#8217;ulteriore uscita che contiene l&#8217;estensione dei visual. Nell&#8217;attesa però, l&#8217;album prende forma nel suono e da subito dichiarandosi potenziale d&#8217;espansione per quella che in realtà è un espressione musicale di confine. L&#8217;assenza di un ordine resta, nella scelta di packaging puro, nella non masterizzazione come nelle istruzioni di copertina &#8220;per l&#8217;uso casalingo: per un ascolto ottimale non comprimere in mp3&#8243;. A divorare i confini del nulla ci pensano sempre le masse in atomi di suoni di <strong>Ikeda</strong> che dialogano tra convulsioni, distese e bassi pulsanti con le scorie digitali, le microfrequenze e gli schemi ritmici di <strong>Alva Noto</strong>. <strong><em>Id</em></strong> resta organizzato ma struttura più forza creativa dell&#8217;omonimo <strong><em>Ciclo.</em></strong> ed è merito dello scivolamento di codici verso campi più cristallini e ritmici che permettono all&#8217;ascolto di acquistare fruibilità. Ed ecco che i suoni puri, le geometrie matematiche e modulari del giapponese appaiono come liberati dal formalismo del mezzo elettronico ed addestrati ad un libero fluttuare, dalle progressioni e dalle frequenze pungenti di Nicolai. Evidente anche qui- come nella recente collaborazione con <strong>Blixa Bargeld</strong>- la capacità dell&#8217;elettronica di precisione del berlinese di accomodarsi alle operazioni, smorzando l&#8217;algida gabbia digitale in cui spesso <strong>Ikeda</strong> appare intrappolato. Cambiando l&#8217;ordine degli addendi (fissità, timbro e durata) il risultato però cambia, evidenziando chiara tattilità d&#8217;ascolto e plasticità di suono. Parlava <strong>Xenakis</strong> in <em><strong>Formalized music</strong></em> di costellazioni soniche in viaggio attraverso lo spazio del suono e noi aggiungiamo in nuove direzioni.</p>
<p>(8.5)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Philip Jeck  &#8220;An Ark For The Listener&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 09:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rob</dc:creator>
				<category><![CDATA[ambient]]></category>

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		<description><![CDATA[
Comincia tra echi di caverne sotterranee An ark for the listener, e segue per meno di un&#8217;ora in frequenze subliminali che  -ispirate dagli scritti del gesuita Manley Hopkins- accompagnano l&#8217;inglese Philip Jeck in una forsennata ricerca alchemica.
Ma a lungo andare il tono si mantiene uniforme e sopravvive di una sua ben definità identità -l&#8217;ambient e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2010/11/jeck.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-596" title="jeck" src="http://www.arpeggi.org/wp-content/uploads/2010/11/jeck-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Comincia tra echi di caverne sotterranee <strong><em>An ark for the listener</em></strong>, e segue per meno di un&#8217;ora in frequenze subliminali che  -ispirate dagli scritti del gesuita Manley Hopkins- accompagnano l&#8217;inglese <strong>Philip Jeck </strong>in una forsennata ricerca alchemica.<br />
Ma a lungo andare il tono si mantiene uniforme e sopravvive di una sua ben definità identità -l&#8217;ambient e l&#8217;elettroacustica più sinistra- materia (droni, sinfonismi, fruscii atmosferici o quell&#8217;esiguo numero di elettronica) e struttura (fontane cromatiche per stratificazioni timbriche ed irregolarità più o meno acustiche).<br />
Ragioni di essere che si mettono maniacalmente a fuoco tra spazi vuoti e trame plumbee, quello che già accadeva insomma ai tempi di &#8220;7&#8243;.<br />
La sensazione in agguato è di una spolverata vertigine di genere scolpita nell&#8217;estremo della tensione (<em>Dark Rehearsal)</em> o liquefatta nella fissità e negli agguati (<em>Thirtieth</em>).<br />
Un mondo strabivo e galleggiante (<em>Terntyninth</em>) a tratti confuso e privo di scarto che non trova rinnovamento nel suo sommarsi di istanze e nei suoi favoritismi allo spiccato senso narrativo dell&#8217;autore, diventando oggetto sonoro reiterato -a venire- di se stesso.<br />
Inevitabilità ontologica alla ricerca della sua pietra filosofale.</p>
<p><strong>(6)</strong></p>
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