Six questions to…Nicola Ratti

Ad inaugurare la nostra nuova rubrica – che vedrà confrontarsi alcuni nomi noti del genere – l’italiano Nicola Ratti artista che si era già fatto notare con Prontuario per giovani foglie uscito nel 2006 per Megaplomb  per poi complicare con il recente 220 Tones, ed in seguito a una serie di arricchiti percorsi collaborativi – da Giuseppe Ielasi (Bellows -kning Disk 2007), Attila Faravelli, Andrea Belfi e la band Ronin – ancor più positivamente il quadro. Oltre alla chitarra a riuscire nel design della nuova materia acustica di Nicola Ratti è quel trait d’union ideale fatto di curiosità creativa e un approccio alla strumentazione tanto istintivo quanto necessario. “…mi occupo di quello che realmente sento di fare ed è giusto che io faccia, chiamala creatività, arte o invenzione.”

Partiamo con ordine dalla musica, dagli studi in particolare, autodidatta o accademico? Entrambe le cose, ma sicuramente più autodidatta. Ho imparato a conoscere la chitarra, per prima, e poi gli altri strumenti spinto da una curiosità creativa più che da un interesse scientifico. In passato ho studiato pianoforte e l’ho dimenticato, ho studiato chitarra rock e poi chitarra jazz ma alla fine vivevo con sofferenza lo scarto esistente tra gli studi, la grammatica musicale e quello che effettivamente producevo. Circa un anno fa ho cercato di riprendere a studiare musica pensando di arricchire così le mie capacità espressive ma ho capito subito che ormai la mia mente “suona” seguendo altri percorsi ed avevo fatto troppa strada in quella direzione per intraprenderne un’altra.

Una panoramica sul tuo background e le tue radici per poi chiederti come ti sei avvicinato al genere? Dopo le prime esperienze giovanili ho iniziato come chitarrista e cantante (Pin Pin Sugar) e già allora ero molto curioso verso il mondo della musica cosiddetta “sperimentale” che non fosse rock, quindi le prime sperimentazioni hanno avuto luogo in camera con gli strumenti ed oggetti che già possedevo. Mi ricordo che i miei primi cd-r (in realtà copie singole di cui facevo con cura la copertina e facevo ascoltare agli amici) erano fatti con due pedalini boss e un microfono rotto, ma l’intensità e la convinzione erano incredibili.Posso dire che l’aspetto artigianale è rimasto negli anni e anche ora se mi vengono delle idee, che possono riguardare non solo la musica ma anche gli strumenti stessi, cerco subito di ottenere dei risultati partendo dei materiali che trovo in casa e costruendomi delle soluzioni. Questo vuol dire talvolta sprecare intere giornate prima di capire che forse  quello che trovo in casa non basta o che quello che ho fatto non funzione se applicato ad un live set, ma molto spesso alcune soluzioni che uso dal vivo e per i dischi sono nate da delle invenzioni molto artigianali.

Raccontaci qualcosa di più su come strutturi il suono, la composizione e che software e hardware usi? Il mio modo di comporre ed organizzare i suoni tra loro risponde molto a canoni spaziali, estetici e di gusto personale, quindi arbitrari e di conseguenza criticabilissimi.Come software uso Logic, come programma di registrazione e mix, non uso altri software. Come hardware invece oltre a vari effetti e il dark energy doepfer come synth, trasduttori, una sorta di chitarra auto costruita e svariati altri oggetti e strumenti.

Nell’epoca del boom digitale e del downloading, l’importanza per te del concetto disco? Il disco ha una parte fondamentale nella vita di ogni musicista, ne fissa lo stato dell’arte in un momento preciso e forse poco importa quale sia il formato con il quale viene presentato. Preferisco possedere un disco che sia LP cd o cassetta però ho anche bisogno di ascoltare molta più musica di quella che posso realmente permettermi di comprare. Però ritengo sbagliato considerare la musica come merce di consumo gratis, ogni disco è il frutto del lavoro di qualcuno, a volte anche di molte più persone di quelle che appaiono in copertina.

Parlando di repertorio dal vivo, come gestisci live set? Tendo a portare dal vivo le modalità utilizzate nel disco, questo non vuol dire però cercare di riproporre il disco durante il live set che invece costruisco seguendo una scaletta mentale il cui svolgimento è affidato in gran parte all’improvvisazione.

Parallelamente al tuo lavoro di musicista di che ti occupi? Domanda caldissima. In questo periodo sto mettendo in discussione molte cose, mi sono liberato dal concetto “familiare” di professione e sto cercando di distribuire in maniera trasversale nelle cose di cui mi occupo di quello che realmente sento di fare ed è giusto che io faccia, chiamala creatività, arte o invenzione. Ecco ultimamente mi sento un inventore piuttosto che un musicista o un architetto, questo forse mi aiuta a superare la dicotomia a tenuta stagna che fino a poco tempo fa strutturava la mie giornate. Viste queste novità sto cercando di allargare di molto gli ambiti nei quali poter usare la mie capacità per quanto sia in grado di farlo. Mi sono occupato di video (con Fatima Bianchi) e mi piace molto lavorare con il suono in quest’ambito, sto cercando di collaborare con una compagnia teatrale e sto iniziando, come Faravelli/Ratti con Attila Faravelli, a concepire il duo anche come spazio per sperimentare il design e la produzione di elementi molto elementari di diffusione sonora. In pentola bollono tantissime altre idee e la necessità di concretizzare, anche monetariamente, mi dice che devo sbrigarmi a capire se si possano mangiare o meno.