Deaf Center “Owl Splinters”
Nel tempo del saper organizzato il cuore e le corde tese (Animal Sacrifice) di Erik K. Skodvin e -senza bisogno di urlare- (Fiction Dawn) i tocchi del piano di Otto A. Totland si dissolvono come anima e corpo l’uno dentro l’altro, sorvegliati a breve distanza e in maniera evidente da laviche tenebrosità, enfasi in droni e distorsioni. Enciclopedie alchemiche (Hunted Twice) disputate dal duo norvegese tra elettroniche tutt’altro che ciniche e ponderate armonie acustiche, il tutto con perspicace dialettica (quella che la Type ha da sempre raccogliere tra le identità in catalogo) e in uno svolgere di forme organizzate (field recordings,crepitii e saturazioni sintetiche). Chari sintomi, The Day I Would Neer Have ne è un esempio, di un carattere elettroacustico più complice e maturo di quello che sei anni or sono raccontava Pale Ravine oltre a una perspicace intelligenza nel saper comunicare l’ambient. Negli anni le cose però cambiano e non solo le produzioni (in quest’ultimo di evidente livello), la malinconia si lascia alle spalle ma la grana rimane la stessa, tra impianto classico e sensibilità minimaliste alla Max Richter, unità narrativa dal gusto cinematografico e una sete costante e non alleviabile di solitudine celestialmente corrosiva (Close Forever Watching). A tirare le somme, le suggestioni aggressive e surreali di un gotico vago dolore (Divided) attraversate da una nitida e delicata consapevolezza che vagamente prende distanza (Time Spentche) per poi ritrovarsi inevitabile condizione d’esserne parte (New Beginning) quella che a conti fatti per Owl Splinters potremmo chiamare rabbia bianca. In un corpo umano la malinconia non si oppone, gioca con l’oblio e fà l’occhiolino alla festa e la tempesta dura quaranta minuti.
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