Laurie Anderson “Homeland”
Nessun dubbio che Homeland sia un disco catartico, mistico ed imprescindibilmente affascinante al punto da meritarsi non solo l’appellativo “disco del mese”.
Il punto di partenza sta nell’impronta che ancora una volta l’inossidabile Laurie Anderson – nonostante gli anni passati dal capolavoro datato 1982 di “Big Science” – lascia alla storia per la sua ennesima ricerca d’indizi, originalità di stesura e specialmente per la sua visionaria e completa devozione all’arte.
Non parliamo di capolinea e nemmeno di una prima e vera fermata ma di una tappa indimenticabile e fondamentale, che riassume quello che è stato prima -materiale di fatto raccolto negli ultimi trent’anni e tratto da un omonimo progetto teatrale e multimediale- e congela quello che resterà ed è gia a tutti gli effetti una maniera unica di sperimentare.
Tecnica del collage (quella utilizzata nella musica concreta) gestualismo, critica socio-politica, ricerche sull’uso del linguaggio, vocoder, loop, campioni, e minimalismo sono le regole d’ordine a servizio di violino, voci, tastiere, synth, elettronica solenne e percussioni.
Marchi di riconoscimento per quello che fu il successo -partito da un passaparola- di “Big Science” che qui popolano Homeland di figure aliene ed arabeschi d’archi (My Right Eye) ,recital apocalittici (The Beginning Of Memory), pop armonioso, disorientato (Thinking Of You) e stravagante (The Lake), rumori astratti (Bodies In Motion), esplosioni e rituali pagani (Transitory Life) o oscurità diaboliche (Another Day In America).
L’equivalente al femminile di una contagiosa intelligenza alla Brian Eno mescolata all’audace John Cage in un caleidoscopio mondo -proiettato nel futuro- di metafore pop dissonanti piene d’impressionismo, brezze melodiche, elettronica e vocalizzi.
Ad incarnare anche oggi la perfezione e la congiunzione tra vita, arte, poesia e musica, alla quale un costante amore per la sperimentazione e un’innata genialità le hanno permesso di diventare effetiva, adulta ed immortale.
(8.5)

