Laura Gibson & Ethan Rose “Bridge Carols”

Li avevamo lasciati nel 2009; lei alle prese con il secondo album, e lui alla sua prima con la Baskaru records – tra campanelli, carillons ed elettronica nostalgica.
A oggi, non ci muoviamo di molto, stessa etichetta e poco più di trenta minuti per questa collaborazione dei due, sotto il titolo di Bridge Carols.
Giovane talento folk quello della Gibson che qui si fa distante dalle versioni per acustica ed inflessioni jazz per adoperarsi ad un virato minimalismo, quello che per dirla breve fa da testimonial a ogni scritto del giovane Ethan. Una voce semplice che ricorda una Bjork melodica e decisamente spoglia, combinata a colori pastello ed una sana dose di melenso isolazionismo, contornato al di sopra, a fianco e tutto intorno da un’elettronica visionaria ed estatica che si accorpa fluidificandosi tra campioni naturali e texture analogiche finemente schermate.
Ethan Rose ha sempre nel fardello -come già anticipato da Oarks- la decostruzione astratta e i dialoghi di elementi che si increspano in amichevoli forme sinfoniche animate da una carica narrativa tanto familiare quanto accogliente.
“Introduction”
nei suoi 3′37” gioca con la luce, di quella che potrebbe essere paragone perfetto ad un’eterea ouverture di un qualsiasi conosciuto scritto nordico, mentre “Younger” demanda agli echi la ciondolante passeggiata di una perfetta danza elettroacustica. A “Leaving Believing Sun” qualche effetto, un reverse e loop a sottolineare i chiaroscuri che percorronno lo spazio inabissando qui e là la linea di voce, quella che si fa strumento in “Ofrailty” o timidamente si racconta tra i field recording di “Tall Grass, Dark Star”.
Parliamo così di emozioni elargite o abbagli materializzati che in punta di piedi restituiscono lustro a quelli che a tutti gli effetti sono veri e propri sogni elettroacustici.

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Sara Bracco